Come in tutte le regioni montuose che sono state sovente emarginate da un prolungato isolamento, anche il Matese ha conservato un ricco patrimonio di tradizioni e di leggende, molte delle quali rivivono come espressione del folclore locale. Tradizioni che pongono l'uomo al di sopra di speculazioni di sorta, di fronte ad una esistenza resa serena e longeva dallo spettacolo meraviglioso del Mutria e delle valli enormi che gli sono prospicienti.
Pietraroja è, come detto, un piccolo paese montano d'antiche tradizioni, eppure lontano da agevoli vie di transito turistico e commerciale, dove la gente si è sempre dedicata in prevalenza alla pastorizia e all'agricoltura, piccolo agglomerato urbano con frazioni e case sparse, autentico sotto l'aspetto folclorico.
Qui i dialetti campano, molisano e pugliese, si riconoscono in quello locale; punto di confluenza e diffusione per culture contermini e lontane.
Ovviamente, oggi Pietraroja si presenta molto diversa dai tempi passati sia nell'aspetto urbanistico sia nel numero degli abitanti, in seguito alla massiccia emigrazione nel nord d'Italia, nel nord Europa e nelle Americhe.
Sono cambiati anche gli usi e i costumi rispetto a 100 e a 50 anni fa, ma nonostante l'invasione del mito consumistico e l'avanzare della civiltà moderna, forte è il richiamo negli abitanti di Pietraroja del tempo che fu, con il suo fascino forte e caldo.
Il fidanzamento, il matrimonio, la nascita di un figlio, ma anche i lavori di mietitura, trebbiatura, dell'uccisione del maiale, rappresentavano un'occasione per riunirsi e festeggiare. La dura vita degli avi era interrotta da feste ricche di tradizioni e di cultura locali.
A Capodanno, scoccata la mezzanotte, gruppi di giovani si recavano a casa di parenti e amici, augurando in versi il buon anno (le Marinate).
Nel giorno dell'Epifania si digiunava, credendo che tale penitenza incatenasse i diavoli, tenendoli lontani dalla famiglia (Gliu diunu stellare).
Il 17 gennaio giorno di Sant'Antonio Abate i più facoltosi distribuivano pane ai poveri (le cacchiatelle di Santu Antonu). In tale data avevano inizio le mascherate che preludevano al giorno di carnevale. In tale giorno inoltre si soleva dire: "A Sant'Anione sparti tela, sparti ranu, sparti la lena d' gliu sularu". Ciò significava che era trascorso metà inverno e quindi si poteva fare affidamento sull'altra metà delle provviste.
Durante il periodo di Carnevale ci si riuniva e si trascorrevano serate in allegria, mangiando rustici tipici come strupp'li e crespelle, giocando a sparrone, ballando la quadriglia. Il giorno di Carnevale si poteva assistere alla Sfilata dei Dodici Mesi e alla recita in maschera della Fuga della Reginella.
A mezzanotte poi cantando a squarciagola si andava a sprecare Carnevale, bruciando un pupazzo che lo raffigurava.
Al Carnevale seguiva la Quaresima, in cui la stretta osservanza delle regole di digiuno e astinenza portava le donne a pulire accuratamente da ogni traccia di grasso tiane, sartanie, gliu spidu, la cafttera, la seta, gliu murtalu, l'ugliarola e altri utensili da cucina; ponevano a bucato la biancheria e conservavano la carne di maiale sotto cenere, olio e sugna.
La mattina di Pasqua per riprendersi dal lungo digiunare era abitudine riunirsi e preparare una enorme frittata di uova e salsiccia da consumare prima di recarsi alla funzione religiosa. Propri della tradizione culinaria pasquale erano: gli canisciuni, i viscotti cù 11'ova, la pasteca, la pigna.
In ogni famiglia per i preparativi del pranzo di Pasqua infatti venivano impiegate nei giorni precedenti almeno cento uova.
All'Ascensione (40 giorni dopo la Pasqua) i pastori distribuivano gratuitamente il latte, con il quale veniva preparato il riso o i tagliolini: e questa è una tradizione tuttora in uso.
Nella prima domenica di maggio, per auspicare un buon raccolto, le donne di ogni contrada si riunivano e cucinavano in un unico calderone all'aperto ceci, fagioli, lenticchie, granone, che consumavano poi assieme alle proprie famiglie (le cucinelle).
All'alba del 3 maggio, giorno della Santa Croce, ci si recava in processione ai Marroni e intorno a un fuoco si pregava. Al termine il prete benediceva i campi.
Nel giorno del Corpus Domini, dopo la Santa messa il popolo si recava in processione per le strade del paese, addobbate con fiori e coperte stese. In ogni piazza venivano preparati degli altarini su cui il sacerdote poneva il SS. Sacramento. Anche oggi la cerimonia si svolge nella stessa maniera.
La terza domenica di giugno si festeggiava San Nicola, patrono del paese dal 1688. Nelle nove sere precedenti la festa, le donne più anziane si riunivano intorno a un fuoco e con canti e preghiere raccontavano ai più giovani la vita e i miracoli del Santo (Le Focarelle).
Nel mese di giugno viene tramandata la "cerimonia dei ceri". Alla messa solenne della domenica della festa, durante l'offertorio ha luogo la cerimonia dei ceri: il Sindaco del paese, scortato da due vigili urbani, si porta all'altare e depone nelle mani dell'officiante una confezione di ceri, per antica consuetudine, e, dal 1970, pure un fascio di fiori. Al termine della messa, la processione attraverso le vie del paese conclude il rituale.
Lo stesso avveniva per le festività della Madonna del Carmine (16 luglio), di S. Anna (26 luglio), dell'Assunzione di Maria Santissima (15 agosto) e di S. Rocco (16 agosto).
Queste feste, ricorrenti nel periodo estivo, sono tuttora in uso con rito religioso e processione lungo le strade del paese al mattino, orchestrine e fuochi pirotecnici la sera.
La festività di S. Francesco (4 ottobre) si celebrava e si celebra solo alla Contrada Mastramici, dove si trova una cappella in suo onore.
La sera della Vigilia di Natale si usava mangiare gli carrati, specie di gnocchi conditi con salsa di aglio, olio e noci pestate (l'agliata). Seguiva il baccalà (cottu a gliu spidu) accompagnato da una insalata (da gli nove capi d'robba) e cioè peperoni sottaceto, cipolline, olive, spicchi di arancia, acciughe, sedano, uva passita, capperi e melanzane sott'olio.
Altra pietanza tipica erano i p'paugli ammugliati ossia peperoni ripieni con mollica di pane e cotti al forno. A fine pasto si consumava frutta secca e in alcuni casi dolci quali susamegli e mustaccioli o torrone tenero di zucchero (il turrone d' gliu Papa). Dopo la Messa di mezzanotte, di ritorno a casa, deponeva un grosso ceppo 'ncoppa la liscia d'gliu fucularu, che se ardeva per otto giorni era segno di prosperità per la casa.
Infine, l'ultimo giorno dell'anno a San Silvestro era usanza abbrustolire nel camino gli sciusci e gli sciuscigli (chicchi di grano, granone, ceci, fagioli); verso sera gruppi di giovani cantavano di casa Santu Sarvestru, ricevendo pane, prosciutto e vino.

tratto da: Pietraroja, G. Buonomo, Pro Loco Pietraroja